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La stagionatura


Fra i pochi aspetti immutabili del paesaggio, chiunque percorra le strade interne della Valle Caudina non può non notarle. Il disordinato susseguirsi di piccoli nuclei abitati, tratti di campagna coltivati o incolti, ruderi di vecchi fabbricati e scheletri di nuovi incompiuti (uno scenario di guerra cui pur dovrà darsi un ordine!), è punteggiato dalle cataste di legname di colore nerastro, disposte più o meno ordinatamente a cielo aperto. E’ legname  in fase di stagionatura. 
Da secoli, la parte più pregiata della produzione legnosa stagiona così, in cataste esposte alle intemperie, solo in alcuni casi al blando riparo delle fronde di grandi alberi.L’esposizione alle intemperie compie un lavoro essenziale: il ricambio della materia liquida viscosa contenuta nelle fibre e l’abbattimento conseguente del tannino (un potente colorante che rende refrattario il legno di castagno alla colorazione  e ne limita l’impiego in falegnameria). 

Nelle grandi foreste tropicali o nelle foreste del nord, il legname appena reciso viene gettato nelle acque dei fiumi che lo trasportano a valle verso le segherie. In queste condizioni il ricambio dei liquidi interni è molto più rapido ed avviene a temperatura quasi costante.
Anche nel nord Italia, dove è possibile, i corsi d’acqua vengono in soccorso all’industria boschiva  che li utilizza per bagnare il legno  (per circa un mese) prima di procedere alla fase di stagionatura, (sia artificiale che naturale), che risulterà molto più breve.Si pensa che la stagionatura all’aperto, simulandone le condizioni di utilizzo, renda il legname di castagno più adatto alla fabbricazione di infissi. Non c’è niente di provato scientificamente al riguardo.
E’ evidente, invece, la perdita notevole di prodotto causata dall’insorgere nel tavolame di confessure e lesioni  in percentuali altissime per lo  stress cui è sottoposto dalle escursioni violente di temperatura e dall’esposizione diretta ai raggi solari.

Esperimenti compiuti su una stessa partita di legno estratta da una Selva in località Costa di Rotondi, hanno dato risultati molto interessanti: Da piante giovani in prima rotazione (12 anni), sono stati ricavati blocchetti di legno di sezione 10 X 10 cm e di lunghezza di 120. Parte (A) di questi blocchetti, è stata lavorata immediatamente, sono state prodotte tavole per la copertura solare messe in opera in ambiente chiuso e asciutto. Il resto (B), è stato sottoposto alla stagionatura abituale: disposto in cataste, a cielo aperto, per 4 anni. Fin dai primi mesi si rese evidente quello che in capo ai quattro anni ormai trascorsi può essere definitivamente osservato: il legno (A), non sollecitato da escursioni termiche e da radiazioni solari dirette, ha raggiunto l’equilibrio umido con l’ambiente (stagionatura) indenne da danneggiamenti, lesioni e fratture.

Le cataste lasciate a stagionare secondo il sistema tradizionale presentano lesioni e fratture  in grande quantità con una perdita notevole di massa utile. Nonostante il legno (A) non abbia potuto essere sottoposto al pur ritenuto essenziale “lavaggio” della fibra per sostituire i liquidi interni viscosi con liquido fluido (acqua piovana), esso ha raggiunto la stagionatura con una perdita assolutamente trascurabile. Unico effetto visibile è il ritiro di circa il 2% secondo il senso ortogonale alla venatura e dello 0,7 % secondo il senso della stessa.Il ritiro, che è comportamento risaputo e comune del legno durante la stagionatura, è la causa delle tensioni che provocano fessurazioni e fratture. Le fibre diversamente esposte agli agenti esterni si comportano in maniera diversa. Quelle periferiche tendono più rapidamente al ritiro a causa della maggior facilità di evaporazione dei liquidi in esse contenuti. Il fenomeno provoca slittamenti degli strati e conseguenti fratturazioni. Il meccanismo è simile a quello della crettatura degli strati di materiali soggetti a ritiro sovrapposti a materiali isostatici. Esempio classico si ha versando del grassello di calce su un pavimento laterizio: all’evacuazione dell’acqua contenuta nel grassello lo strato compatto del materiale si ritira, ma l’adesione al corpo sottostante (il pavimento), impedendo un ritiro armonico della massa del grassello provoca il verificarsi del “cretto”.  Strati sovrapposti di legno, diversamente sottoposti al processo di evaporazione a causa della loro differente esposizione (più veloce all’esterno e meno all’interno), si comportano come i due strati di materiale diverso di cui abbiamo appena fatto cenno. Quanto più intense sono le variazioni di condizione dei diversi strati di legno, tanto più forte sarà la perdita di materia.

Conclusione è che il sistema di stagionatura corrente è errato perché comporta un grande spreco di materiale con il conseguente abbassamento della resa degli investimenti in legname. L’esperimento descritto, aveva anche un altro interessante aspetto. Per la prima volta, nello “scarico” nel quale esso aveva luogo, veniva stagionato intenzionalmente un quantitativo di legname proveniente da piante di selva cedua di primo turno. E’ stato stagionato e trasformato in legno da costruzione tondame tradizionalmente destinato alla paleria! E anche da questo punto di vista l’esperimento è pienamente riuscito. E’ stato prodotto un manufatto  (un certo quantitativo di tavolame da copertura, ma poteva essere parquet, come tavole da destinare alla costruzione di profilati lamellari per finestre), per cui è normalmente impiegato legname che ha il prezzo su piazza di circa € 600,00 per m³, utilizzando materiale che ha un prezzo non superiore a € 50,00 al m³. Volendo considerare una perdita di materia del 50%, il costo considerato per m³ del legname estratto dal tondame ammonterebbe a € 100,00 cui va aggiunto un costo per la stagionatura che, se artificiale, si aggira intorno ai 12  euro per m³ portando il costo complessivo a € 112, da confrontare con il costo di € 600,00. La prospettiva immediatamente disegnatasi è quella della possibilità di una ripresa del mercato del legno estratto dalle selve di primo turno lasciando intatte le rotazioni dei tagli che da secoli consentono un processo armonico di ricrescita e la tenuta delle pendici montane. Lo sviluppo delle attività di trasformazione conseguenti porterà col tempo ad una tensione sul prezzo dei tagli delle selve cedue che non potrà che dare risultati positivi in termini di motivazione per la  miglior cura della coltura arborea, finalmente restituita al rango di attività economica oltre a quello ovvio di attività ad alto contenuto ecologico.

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