La coltura e il taglio
Parlando di un ciclo che ha come suo contenuto essenziale il legno, appare del tutto naturale cominciare dal problema della coltura delle essenze arboree di cui il legno è un prodotto. La cosa è più arbitraria e convenzionale di quello che sembra: I concetti di ciclo e di risorsa rinnovabile rendono evidente che ogni fase ha la sua importanza e l’innovazione non può prescindere dalla considerazione del fatto che il ciclo è in atto da secoli, che non sarà fermato in attesa di manutenzione e quindi ogni azione deve collocarsi appropriatamente nella sua fase e, entro certi limiti, essere giustificata e sufficiente a sé stessa.
Per questo motivo, per ora ci limiteremo solo ad alcune considerazioni ed osservazioni:
Abbiamo già accennato alle due importanti fasi colturali che precedono il taglio: la pulizia (2 anni di crescita) e lo sfollo (8 anni). Esse sono effettivamente due importantissimi presidi che caratterizzano il ciclo colturale della selva.
La ceppaia, l’insieme di fusti sorgenti da quella che possiamo chiamare un’unità radicale, a due anni di crescita si presenta come un cespuglio, le piante sono numerose, la crescita è rapida e disordinata. Il primo intervento, la pulizia, tenderà alla selezione “dolce” delle piante, ne saranno eliminate alcune, cercando di selezionare le piantine più promettenti, il numero degli arbustelli lasciati in crescita varierà a seconda della dimensione della ceppaia stessa, della sua qualità (derivante anche dall’integrità da attacchi parassitari o di grandi erbivori) e della sensibilità del coltivatore. La qualità principale è la dirittezza, poi la consistenza (la massa). Al termine dell’operazione risulterà uno scarto notevole di frascami e non si ricaveranno prodotti commerciabili.
L’operazione successiva, lo sfollo, si svolge all’ottavo anno di crescita. Qui la selezione è più spinta, si lasceranno poche piante per ogni pullone, in misura variabile per la variabilità del comportamento delle piante dovuto all’esposizione, agli attacchi di parassiti, alla qualità del terreno ecc.). Da quest’operazione si ricavano alcuni prodotti, paletti per le colture del pomodoro e di altri ortaggi, fasciami per l’architettura naturalistica, il cui prezzo non è remunerativo per il lavoro degli operatori.
La scarsa remunerabilità dei prodotti delle due operazioni appena descritte unita a costi di manodopera elevati, ne fa voci di bilancio passive e rende impossibile la loro pratica a fronte dello scarsissimo valore del taglio finale della selva. Il POR agricoltura, prevede per le operazioni colturali delle selve una cifra finanziabile di 2.500.000 di vecchie lire per ettaro, e si tratta del 50% dell’importo necessario stimato, per cui, secondo la Pubblica Amministrazione, le operazioni colturali dovrebbero avere un costo di circa 5.000.000 di vecchie lire per ettaro che la proprietà dovrebbe affrontare contro un’aspettativa di ricavo, alla fine del ciclo di crescita della selva, di circa 3.000.000 di vecchie lire.
Il calcolo economico è presto fatto e fa immaginare quanto un proprietario possa trovar conveniente investire nelle operazioni colturali in queste condizioni. Queste due operazioni erano compiute un tempo da fiduciari che le consideravano attività di manutenzione dalle quali ricavare per sé qualche piccola risorsa. Spesso il rapporto con la proprietà si realizzava, al di fuori da qualsiasi rapporto di danaro, in uno scambio alla pari. Era tacito che il “guardiano” fosse autorizzato a servirsi dalla selva di legna da ardere e anche di paleria per piccoli usi domestici, in cambio teneva in ordine la selva, curava l’incontro tra la proprietà e le imprese boschive (con il costume della regalia) e gli era richiesta, con il pagamento di un modesto compenso, l’operazione di marcatura *, in base alla quale si impostavano i contratti di taglio.
*la marcatura consisteva nel prelievo di una scheggia di corteccia per ogni albero ritenuto “conteggiabile”, cioè valido per la produzione di un palo, e nella pittura con vernice rossa delle piante da conservare per il turno successivo, escluse.
Arrivare in montagna durante il lavoro di estrazione è uno spettacolo impressionante: il gran rumore dei motori e delle catene dentate delle motoseghe, le folate di schegge e polvere provocate dal taglio e intanto il fuoco ed il denso fumo delle ramaglie.
Nell’operazione appena descritta è già presente un primo punto di attacco: I regolamenti forestali vogliono che entro la data del 15 maggio, un mese dopo la fine della stagione del taglio, i terreni siano sgombri di ogni materiale residuo delle operazioni estrattive. Questo per salvaguardare la ricrescita della selva, ed insieme per mettere al sicuro dal pericolo di propagazione degli incendi il sito e i terreni circostanti. Questa operazione è una spesa secca per l’impresa boschiva. In passato gli stessi resti delle lavorazioni boschive erano preziosi per la popolazione rurale. Durante i tagli, i frascami erano lasciati ai bordi della strada o delle piste forestali e la gente dei paesi ne faceva fascine per il riscaldamento domestico. Il maggior benessere, la distrazione delle nuove generazioni dal lavoro rurale, la diffusione di diversi sistemi di riscaldamento, ha fatto della produzione dello scarto “frascame”, un residuo di cui liberarsi, un costo. E uno spreco di potenziale energetico e calorico cui bisognerebbe certamente dare diversa destinazione.
Si era sperato molto dall’insediamento nell’Avellinese di una fabbrica di rilevanza nazionale che produce pannelli “medium density” dagli scarti di lavorazione boschiva ma ben presto si è scoperto che il prezzo molto basso ricavabile dalla loro vendita non ne ripaga le spese connesse. Lo spreco può essere evitato solo all’interno di un ciclo breve di “auto consumo” delle risorse secondarie. Deve essere la stessa impresa boschiva che produce il residuo a poterlo utilizzare, per esempio, come carburante per la stagionatura artificiale.