Servizio Clienti - Selve del Balzo

Il territorio

Il territorio pedemontano che comprende i comuni di Cervinara, Rotondi e San Martino, facente parte del versante nord del parco del Partenio è per larga parte coperto di fitti boschi di castagno ceduo. Le aree più vaste sono possedute dai comuni che ne traggono parte del loro reddito ma non mancano selve private di una certa entità; dalla coltura silvicola, a valle, trae lavoro l’industria boschiva. Amministrazioni, proprietari privati e industria boschiva agiscono tra loro e scambiano con il mercato secondo metodi ed indirizzi corrispondenti a configurazioni sociali e mercantili ataviche, uguali a se stesse per secoli ma non più rispondenti alle realtà contemporanee di società e mercato, infatti attraversano da due decenni una forte crisi di identità e di prospettive.

I tagli dei cedui sono regolati secondo le leggi forestali che prevedono un ciclo di crescita minimo di 12 anni e, per porzioni delle colture, cicli doppi o tripli. Questi cicli, insieme ai tagli di manutenzione (pulizia a due anni, e sfollo a otto anni di crescita), oltre ad essere funzionali ad una corretta conservazione del bosco, sono finalizzati alla produzione di grezzi e semilavorati destinati al mercato locale, in special modo all'impiego in agricoltura ed in edilizia.

 Le piante di primo turno e minori, sono trasformate soprattutto in pali e paletti di ogni genere, impiegati nelle piantagioni di pomodori ed altri ortaggi, nei vigneti (capofila e interfilari), in recinzioni e staccionate, nei vivai (come appoggio alle piante di grandi dimensioni), nei terrazzamenti di giardini e parchi (fasciami); le piante di doppio turno (24 anni) erano impiegate come pali per l'elettrificazione, travi per l'edilizia (tra l'una e l'altra, si ponevano tavolette rustiche, dette chiancarelle, ricavate dalle parti esterne di tronchetti di modesta dimensione).

Dalle piante di triplo turno o superiori sono ricavate le tavole di grandi dimensioni adoperate in falegnameria, prevalentemente per la costruzione di infissi, grazie alla particolare resistenza del castagno agli agenti atmosferici.

Tutte le applicazioni appena descritte, da anni sono o estinte o in grave crisi a causa delle trasformazioni del mercato dei materiali, sia in edilizia che in agricoltura.

Andando con ordine:

- Dopo una grave aggressione parassitaria, all'inizio degli anni ottanta, nella coltura del pomodoro sono state introdotte delle varietà che si prestano ad essere coltivate senza il sostegno dei paletti di castagno (a cui per altro si attribuiva la funzione di veicolo del parassita).

- Nei vigneti i paletti di castagno sono stati quasi completamente sostituiti da manufatti in cemento armato precompresso. - In edilizia il legname per coperture e solai è stato quasi del tutto soppiantato dai solai in ferro e laterizio o calcestruzzo. I muraletti squadrati per sostenere le casseforme sono stati sostituiti da tubolari metallici regolabili.

- L'elettricità viaggia su piloni in ferro o cemento armato.

- La legna da ardere continua ad avere un impiego residuale. Solo il tranciato e la carbonella sembrano avere un futuro nel sottosettore.

- In crisi anche l'impiego in falegnameria, a causa della diminuzione della materia prima disponibile (un vero e proprio arrembaggio scriteriato ha gravemente compromesso il patrimonio costituito dalle piante di alto fusto dalle quali si ricavavano le tavole da falegnameria, costringendo gli artigiani a impiegare essenze provenienti dall'estero e soprattutto da territori dove l'assenza di controlli e il prezzo miserevole della mano d'opera consente mano libera alle multinazionali del disastro naturalistico).

 

 

Da almeno un decennio il prezzo del taglio di una selva cedua resta inchiodato a circa un milione di vecchia lira per moggio (mediamente circa 1000 lire per le piante marcabili). Le proprietà sono costrette spesso a svendere i tagli anche al di sotto di questo prezzo per scongiurare l'abbandono, mentre i tagli più scomodi sono spesso comunque disertati. La diminuita "portanza economica" delle colture boschive ha già portato all'abbandono dell'attività di manutenzione (in particolare non si eseguono più pulizia e sfollo), ma anche ad una riduzione del rispetto dei luoghi da parte dei tagliatori che premono per l'uso dei mezzi meccanici, aprono strade improvvisate con grave rischio di scollamento della zolla dal supporto roccioso, non ripristinano i vecchi "trainari", che oltre ad essere piste per l'asporto del materiale hanno funzione di canali per la dispersione delle acque piovane.

 

La crisi dell'arboricoltura da selva coinvolge migliaia di persone a diverso titolo legate all'attività dell'industria boschiva, ma anche lo stesso sistema uomo - ambiente. C’è una diretta corrispondenza tra la perdita di importanza economica del bosco ceduo ed il suo degrado, non foss'altro che per la maggior vulnerabilità al fuoco (che raramente è innocente) del bosco ingombro di materiale secco che ne favorisce il mantenimento sul posto e quindi l'attacco alle piante verdi.

Il bosco abbandonato è bosco che brucia. L'industria dell'incendio diventa padrona assoluta del territorio in barba a qualsiasi pur encomiabile opposizione che non riesca a contendergli il terreno sul piano dell'economia e delle prospettive di vita della popolazione.

 

Sarebbe interessante studiare una funzione capace di misurare la tensione tra gli interessi contrapposti di chi coltiva e di chi brucia: Salvare il bosco significa ricreare economia ed interessi intorno alla sua coltura.

 

 

 

La trasformazione del ceduo in alto fusto è la soluzione di tutti i problemi?

Quanto detto finora farebbe senza dubbio sposare la tesi, prevalente in ambiente forestale, ma accreditata anche a livello di politica agricola, della necessità di trasformare le colture di ceduo in fustaie. Le fustaie, infatti, sono produttrici di tavolame pregiato, l'unico dei prodotti tradizionali che ha ancora un mercato fiorente (legnami dell'est permettendo). Ma non bisogna dimenticare che il territorio di cui parliamo è un territorio a forte rischio idrogeologico, e che fra i tecnici che si stanno occupando del piano di recupero e di messa in sicurezza del territorio, l'opinione prevalente è che nei territori di costa bisognerebbe addirittura ridurre le attuali rotazioni di taglio, ritenendo concausa della scarsa tenuta del terreno montano la presenza di piante di alto fusto con apparato radicale superficiale, che in determinate condizioni avrebbero aggravato i fenomeni di scivolamento della zolla.

 

Senza entrare nel merito della giustezza di questa posizione, è certo che nei terreni di costa il ceduo ben curato è la coltivazione che dà maggiori garanzie di tenuta per il peso relativo delle piante e per l'intensità del reticolo radicale, sicuramente più fitto ed efficace in funzione di imbrigliamento rispetto a quello delle fustaie *.

 

*Un altro aspetto molto rilevante è che i turni dodecennali, preferiti di gran lunga dai privati per l’ovvio motivo che un individuo adulto, in età di prendere decisioni sulla gestione della selva, raramente può vedere due volte il taglio di un bosco a rotazione da fustaia (24 – 36 anni), sono oggi la modalità dominante di gestione delle colture boschive da selva e che sarebbe difficilmente ipotizzabile una trasformazione in larga scala se non con notevolissimi investimenti pubblici che si occupassero della gestione del cambiamento in tutta l’area conservando presenza umana ed interessi tali da combattere l’industria del fuoco e del taglio abusivo.

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